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sabato 14 ottobre 2017

Il Pollino, il fuoco e il nuovo paesaggio



L’estate appena trascorsa si ricorderà a lungo per il caldo e i grandi incendi che hanno devastato l’Italia intera e, in particolare, il nostro Pollino.
 In alcuni giorni sembrava che la terra fosse inghiottita dal fuoco, lunghe colonne di fumo si levavano verso il cielo e grandi ondate di vento caldo soffiavano in tutte le direzioni: la sensazione era di stare in una fornace a cielo aperto, dall’aria irrespirabile.
momenti di gioia di escursionisti in visita al Canyon del Raganello
Centinaia di ettari di boschi sono andati perduti. Le cause di questo disastro sono tante e la Magistratura indaga. Io mi sono fatto una mia idea ma non è questo lo scopo di questo articolo, perché voglio scrivere di come il paesaggio è cambiato e quale sarà la sua nuova percezione.
Fino a pochi anni fa era impossibile immaginare che ci sarebbe mai stata una “stagione di fuoco” così imponente, organizzata su grande scala, dalle conseguenze così nefaste.
Forse perché le campagne erano abitate, i paesi non erano svuotati dalla gente in fuga verso le grandi città.
Oggi, la situazione geopolitica è completamente cambiata, i popoli vivono di risorse non più provenienti dalla terra, esiste molta più mobilità e quindi il paesaggio al quale eravamo abituati, non esiste più: è cambiato.
Bastava uscire da un qualsiasi centro abitato, per trovarsi tra vigneti, campi agrari, orti, uliveti.
Questo non accade più.
Il Trampollino: un vero pugno nell'occhio al paesaggio
Appena usciti da un paese, oltre a qualche uliveto e vigna, tutto è incolto.
Le colline sono completamente abbandonate in un paesaggio desolante, disordinato, privo di quella armonia frutto di secoli di lavoro dell’uomo.
Ma come è potuto accadere ciò?
La storia parte da lontano. Quando la civiltà contadina faceva parte di un mondo chiuso, quello che si produceva si consumava. Poi è arrivato il commercio, sono cominciati gli scambi delle merci, si è dato valore ai prodotti, si è iniziato a parlare di economia, di rendita, di interessi, di nuovi bisogni e tutto è cambiato.
In questa cultura la comunità degli uomini si è evoluta dotandosi di conseguenza di nuove regole, spesso complicate e non comprese dai più.
Un tempo quando scoppiava un incendio - per lo più colposo – accorreva tutta la comunità a spegnerlo.
Le Guardie Forestali, presenti in quasi tutti i comuni montani, avevano l’autorità di arruolare volontari, precettarli, qualora non si rendessero disponibili, e accorrere in massa sul luogo.
Sangineto: uno dei luoghi modificato dal fuoco
Oggi tutto ciò è cambiato.
Siamo tutti spettatori di uno show come se non ci interessasse, come se i danni al paesaggio, alle colture non avesse nessuna ripercussione sulla comunità.
Eppure l’aria in agosto è stata irrespirabile, il frastuono dei canadair che hanno sorvolato i paesi ha riempito le giornate, ma la sensazione che si ha è come se fosse una cosa “normale” di una estate calda.
Eppure nulla di tutto questo è normale.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Sono il risultato di una politica dissennata, di calcoli errati, di pura convenienza economica a breve tempo ma con pesanti ripercussioni per il futuro.

Noi guide e operatori del Parco che “vendiamo” il paesaggio, come una cosa sublime, dagli effetti inebrianti per la vista, per le emozioni che esso suscita, abbiamo perso un patrimonio.
Interi costoni montuosi hanno cambiato aspetto. I colori non sono più gli stessi. Al verde intenso della clorofilla dei boschi che in questi giorni di settembre avrebbe assunto le varie colorazioni autunnali si è sostituito il marrone della morte, è scomparsa qualsiasi copertura vegetale a favore di terreni spogli, monotoni nelle tonalità.
Se a questo aggiungiamo che a breve arriveranno le prime piogge che imbatteranno direttamente sul terreno nudo è facile immaginarne le conseguenze: frane, smottamenti, alluvioni, piogge torrenziali saranno il prossimo spettacolo dell’autunno, altro che fall foliage!
Spettacolare immagine della Valle del Sarmento alle ultime luci del giorno
Perché l’uomo è giunto a questo?
Perché pare interessato ad altro e non alla casa in cui abita? Sappiamo tutti che se la propria casa ha una tegola rotta prima o poi l’edificio si allagherà e sarà pregiudicata la tenuta delle mura e delle fondamenta.
Eppure, mentre il canadair sorvolava il paese, la gente giocava a carte al bar, imprecando nei confronti di questi “mostri volanti” che disturbavano il quieto vivere di un pomeriggio afoso di una calda estate. Senza chiedersi come mai questi facessero da giorni la spola tra il mare e l’entroterra dove qualcuno aveva innescato con maestria decine di micce su vasta scala per dare fuoco alla montagna.
Questa apatia nei confronti della propria terra, questa ineludibilità degli eventi, di fronte ai quali sembra che non si possa fare niente, sta distruggendo il nostro Pollino, la nostra Calabria e l’intera nazione.
Sì, perché il fuoco, questa estate ha percorso l’intera Italia: dalla Liguria, alla Campania, alla Sicilia, alla Basilicata, alla Calabria, ogni giorno si registravano dati da bollettini di guerra su quanta superficie fosse andata perduta, di cosa avessimo perso, di quanto tempo sarebbe occorso per ripristinare quel paesaggio caro a tutti, e per il quale l’Italia è visitata da milioni di persone provenienti da tutto il mondo.


Emanuele Pisarra




PS
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venerdì 13 ottobre 2017

Il Sentiero Italia sul Pollino è tutto segnato



Centocinque chilometri di sentieri sono pronti per essere percorsi in tranquillità e sicurezza nel Parco.
Giovane volontario del CAI Castrovillari rinfresca un segnavia
Questo è il risultato del silenzioso lavoro che i volontari della sezione CAI di Castrovillari hanno svolto, in tutto il mese di luglio e in parte di agosto, per ripercorrere, rilevare e segnare con i caratteristici colori bianco/rossi i nostri sentieri.
Questa volta il restyling è toccato a tutte le tappe del Sentiero Italia che attraversano il nostro parco e, in particolare, ai percorsi che portano su alcune delle sue vette più importanti, come il Cozzo Pellegrino.
Ora, la segnaletica CAI è stata controllata e migliorata nel tratto che va da Colle Gaudolino fino al Passo dello Scalone.  
Cinque tappe del Sentiero Italia, impegnative, straordinarie, che attraversano ambienti fiabeschi e unici nel loro genere.
Infatti i camminatori che si cimenteranno su questi percorsi troveranno, perfino, una variante alla tappa che si sviluppa all’interno dell’alveo fluviale del fiume
Volontari del CAICastrovillari con secchiello e colori
Esaro, poco dopo dell’abitato di Sant’Agata d’Esaro.
Una bellissima forra, ricca di vegetazione sia forestale che di specie xerofile spettacolari da ammirare, fotografare (ma non da estirpare). Questa tappa – da percorrere in assoluta tranquillità dopo essersi accertati sulle condizioni meteo – parte con un primo tratto tra orti, ovili antichi, stazzi e piccoli appezzamenti; segue una seconda parte sulla stradina di accesso alle briglie di contenimento delle piene entra nel vero e proprio letto dell’Esaro. Da qui si attraversa l’alveo fino alle sorgenti in località Renazzo, quindi si imbocca la stradina che porta verso la contrada Massapollo, nei pressi del Passo dello Scalone.
Rinfresco di un segnavia a Colle Gaudolino
Anche questo tratto è interessante: testimone di un tempo passato in cui i contadini coltivavano questi piccoli appezzamenti di terreno sottraendoli al bosco e che ora sono in completo abbandono. Nel senso che la natura si è ripresa quello che gli era stato tolto in tanti anni.
Invece le tappe superiori del Sentiero Italia sono la quintessenza di quanto un’escursionista va cercando: grandi boschi, forti discese, ambienti selvaggi, silenzio, Wilderness, cime portentose, grandi panorami che qui spaziano tra i due golfi e i due mari.
Tappe che attraversano paesi, santuari, camminano su antiche mulattiere segnate dai passi di tanti uomini e donne.
Racconta uno dei nostri soci che una di queste del Sentiero Italia è stata percorsa dalla madre in viaggio di nozze nel lontano 1945: partendo da San Sosti andava a conoscere i genitori del marito che abitavano a San Severino Lucano. Ecco, proprio
Preparazione degli attrezzi di lavoro a Piano Grande
questo deve essere lo spirito dei camminatori sul Sentiero Italia, consapevoli di come tali mulattiere siano testimoni di storia e storie, abbiano visto passare viaggiatori di ogni genere, briganti e principi, pastori e commercianti, scienziati e ricercatori, ladri e grassatori. Oggi sono nuove vie che costituiscono le arterie del nostro Parco pronte a dare linfa a tutti gli escursionisti “assetati” di informazioni, di conoscenza e animati dallo spirito del “lento pede”, senza velleità di battere alcun record di ascensione o di dislivello.
Camminare per conoscere: tale è il motto che deve caratterizzare chiunque frequenti le nostre montagne. Non c’è bisogno di correre, perché “chi corre non vede niente”, come dice un proverbio grecanico. E il correre non fa apprezzare questi spazi immersi nei boschi e nel suo silenzio. Faggi giganteschi, radure aperte, circondate da vegetazione rigogliosa di giovani piante spinte alla riconquista dello spazio aperto, dove non è difficile incontrare il lupo.
Volontari del CAICastrovillari in vetta al Cozzo Pellegrino
Infatti, ancora un nostro socio: “eravamo alla Capanna Aita, a Piano Gaudolino; nella notte erano caduti alcuni centimetri di neve e, all’improvviso, sentimmo l’ululato del lupo. Per niente intimoriti, uscimmo all’aperto e con meraviglia potemmo osservarne tre splendidi esemplari in fila indiana che inseguivano una traccia. È stata una bellissima immagine, una grande emozione vedere il re della montagna passare a pochi metri da noi. Abbiamo potuto fotografarli fino a quando hanno percepito la nostra presenza e si sono allontanati in gran fretta”.
Invece, Vincenzo, mentre camminavamo in direzione della Zoppatura ci fece segno di fare silenzio perché aveva avvistato, poco più avanti, un piccolo di capriolo che pascolava in solitaria. Semplicemente uno spettacolo unico: un cucciolo di capriolo che cercava un filo d’erba verde in una estate infuocata e asciutta come questa appena trascorsa.  
Buon cammino!

Emanuele Pisarra





PS
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lunedì 2 ottobre 2017

Dove cojo cojo



Si sono appena concluse, a Civita, le riprese cinematografiche per una serie televisiva americana.
Per diversi giorni il paese è stato un brulichio di tecnici, cameramen, automezzi, attori e tantissime comparse.
Quando una troupe televisiva giunge in un luogo dà adito ad almeno tre questioni sulle quali voglio riflettere facendo anche un po’ il punto della situazione civitese.

La prima. 

Dal momento in cui centinaia di persone all’improvviso “invadono” un paese piccolo come il nostro, con gli spazi limitati che tutti ben conosciamo, è ovvio che si acuiscano tutta una serie di disagi che sono anche conseguenza di una scarsa, per non dire nulla, organizzazione.
E fin qui, nulla di nuovo.
Ormai da anni siamo abituati alle file di autobus che quotidianamente costeggiano la strada dalla piazza fino a San Leonardo, ma nessuno si dà pensiero del fatto che bisogna trovare spazi opportuni da adibire a parcheggio.
Si parla da anni dell’abbattimento di quelle catapecchie all’ingresso del paese, salvo poi autorizzare il loro restauro. Eppure questi sono gli spazi comuni che abbiamo, senza interventi massicci di sbancamento per crearne dei nuovi.
Nessun sindaco, fra quelli succedutesi negli ultimi vent’anni, ha avuto il coraggio di agire in questa direzione.
Una immagine del Parcheggio di Belluno con il fiume Piave. 


Quale potrebbe essere una soluzione? 
Visto che a calcio non si gioca più da anni (per mancanza di calciatori, naturalmente!) perché non realizzare un parcheggio là dove c’è il campo di calcio e collegarlo con il paese per esempio, con una scala mobile?
In tantissime città turistiche italiane il problema “parcheggio” è stato appianato con soluzioni drastiche: basta andare a Loreto oppure a Belluno, dove è stato perfino deviato il fiume Piave per ricavarne il mega parcheggio di di Lambioi con migliaia di posti collegati con una scala mobile che sbuca nell’androne di uno dei più importanti palazzi della città.
Così come bisogna assolutamente regolamentare l’accesso alle Gole del Raganello, con spogliatoi e la creazione di aree di sosta pubblica per tutti coloro che vogliono recarsi al Ponte del Diavolo, senza interferire con la vita dei civitesi.
La seconda questione

Da anni si assiste al continuo “via vai” di giovani (e meno giovani) che girano per la piazza in costume da bagno, si cambiano dietro una macchina parcheggiata in modo sbilenco, con la conseguenza che invece di riparare dagli sguardi “lo spogliarello”, si rende ancora più visibile la scena.
La mancanza di una Guardia municipale che tenga a bada il traffico nelle ore di punta, in estate, di sabato e di domenica è avvertita da tutti. E non perché il Comandante Tursi non faccia bene il suo lavoro! Ha pur diritto a turni di riposo e alle sue ferie. Ma nei tempi di questa “vacatio” non c’è nessuno che lo possa sostituire, si creano così in quei momenti le situazioni di maggior caos. Anche perché, essendoci due ristoranti che si affacciano sulla piazza, per alcuni clienti è normale giungere in macchina fin nei pressi delle soglie per accedere alle sale da pranzo.
Basterebbe destinare ad area parcheggio il bordo lungo il vialone d’ingresso del paese per evitare che, nelle serate di un qualsiasi fine settimana e nelle giornate dei tempi di vacanza, la piazza sia gremita dalle tante auto parcheggiate a casaccio.
In tanti posti d’Italia nei luoghi dove sorgono strutture recettive in cui si mangia, si trova la disponibilità di parcheggi a qualche centinaio di metri.
Per noi, no: dobbiamo parcheggiare quanto più possibile vicino alla porta del ristorante.
Civita con i suoi spazi non permette ciò. Ed è sicuramente un bene, poiché i lauti pranzi che i nostri bravi ristoratori sanno imbandire, “necessitano” di una sana passeggiata post prandium.
Un semplice cartello di avviso (foto di E. Pisarra)
Con l’istituzione della navetta che porta al Ponte del Diavolo, è stato fornito sì un servizio per tutti coloro che non possano, o non vogliano, recarsi a piedi fin lì. Tuttavia, coloro che invece hanno il desiderio di fare una passeggiata per raggiungerlo, spesso sono superati in salita o in discesa dal “Camion di Gheddafi” che “sgasa” a più non posso per arrancare su quella stradina che si è rivelata inadeguata e questo tipo di trasporto; con la conseguenza che il selciato è pieno di buche, non c’è un parapetto a protezione in caso di necessità, con seri pericoli per chi usufruisce di questo servizio. Se a questo poi aggiungiamo che quel percorso è aperto a tutti, lascio immaginare al lettore il “traffico” per nulla piacevole che un qualsiasi visitatore si trova di fronte. Il tratto che porta al Ponte del Diavolo è un bellissimo percorso: forse un po’ faticoso, soprattutto d’estate; ma rimane comunque una passeggiata ricca di emozioni intense che si ricorderanno per tutta la vita.
Eppure anche in questo caso, non c’è alcuna regolamentazione all’accesso al Ponte del Diavolo con le auto. Chiunque si può improvvisare accompagnatore e portare con la propria auto amici, parenti e ospiti fino alla piazzetta antistante il Ponte.
Altra questione. Le capannine di legno, i cestini posizionati in vari punti, che non vengono con frequenza svuotati, traboccano di immondizie varie (non ci sono indicazioni per la raccolta differenziata) sono la gioia di cani, gatti e altri animali randagi che approfittano dei resti di cibo per spargere tutto quel che non è commestibile per la valle. 

Anche in questo caso è necessaria una nuova politica: nessun cestino ma tanti cartelli che invitano i visitatori a riportare indietro i propri rifiuti: è la norma che a San Lorenzo Bellizzi fu inaugurata nel lontano 1982 e che dà ottimi risultati.
Un quesito importante: nel Raganello si può fare il bagno, lungo le sue rive si può prendere il sole, si può fare colazione tra i sassi, si può ascoltare la radio ad alto volume, si può schiamazzare?
E a chi è demandato il controllo del luogo?
Con la sciagurata riforma Madia, che ha distrutto il Corpo Forestale dello Stato, la tutela della natura a chi spetta?
La discesa delle Gole del Raganello, quest’anno – anche per le ottime condizioni metereologiche – ha richiamato migliaia di persone, forse più degli anni passati, ma la comunità quali benefici ne ha avuto?