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martedì 23 maggio 2017

A proposito di sviluppo e ambientalismo

Caro ed illustre Anonimo (=Unknown18 maggio 2017 09:42), per principio non rispondo a chi non si firma.
Ma, visto che sollevi la questione atavica del ruolo degli ambientalisti come conservatori del tutto contro qualsiasi modello di sviluppo e tanto altro che ben sappiamo, ho deciso questa volta di fare un’eccezione e di rispondere a questo tuo (ma non solo) refrain.
Rifugio Italia visto dalla cima del Monte Papa (Foto Pisarra)
In primo luogo permettimi di dissentire sullo sviluppo turistico di Castelmezzano e Pietrapertosa in quanto, sono tra i comuni lucani più conosciuti e da tempo; quantomeno a partire dagli anni Ottanta. Frequentavo Pietrapertosa agli inizi degli anni Novanta quando la sezione CAI di Potenza aveva attrezzato alcune vie di arrampicata che già attiravano tanti aspiranti turisti.
Altro punto importante è la questione di impatto ambientale: una ferrata, seppur ingombrante, non ha lo stesso effetto devastante quale è quello degli enormi tubi di Trecchina; un ponte tibetano non ha nulla a che fare con la nostra storia e le nostre tradizioni.
La regione Basilicata – mi permetterai di dissentire – non ha ben capito cosa vuol dire sviluppo turistico, se prosegue con la politica dei macroattrattori.
Questi sono dei pozzi senza fondo di spesa di denaro pubblico investito su strutture che hanno (al di là dell’impatto ambientale) costi di gestione e manutenzione enormi. Penso a quell’altro macroattrattore di Senise: una cosa orribile, che è costata al contribuente diversi milioni di euro, e per la quale pare che la stagione scorsa, in termini di pubblico e di affluenza, non sia stata delle migliori.
Monte Sirino. Splendida foresta di faggi. (Foto Pisarra)
Speriamo che la prossima stagione vada meglio, altrimenti di cosa ce ne facciamo di questo “catafalco” in mezzo al Lago di Monte Cotugno?
Ricordo che – ad occhio e croce – la Regione ha speso per questi macroattrattori qualcosa come cento milioni di euro.
Ti pare poco? In cambio di cosa?
E quando sarà necessario fare la manutenzione – per esempio – al Ponte tibetano, chi la farà? E con quali soldi? A carico di chi? Se in Trentino molte ferrate (così come tanti impianti di risalita) sono in via di smantellamento perché troppo costosi, penso che la Regione Basilicata abbia già necessità di manutenzioni straordinarie in molti altri settori prima di costruire altre cattedrali nel deserto (consentimi questa locuzione ormai abusata) dai costi indefiniti e dai forti dubbi di reale concorso allo sviluppo turistico di alcuni territori montani.
Non ti pare che questo modo di fare “droghi” l’offerta turistica?
E poi perché un turista tedesco dovrebbe venire in Basilicata se di ferrate, ponti tibetani, nepalesi sono pieni il Trentino, la Valle d’Aosta e anche alcune zone della Lombardia?
Non pensi che questo turista venga in Basilicata (ma anche in Calabria) proprio perché non vuole le ferrate, i ponti ecc.?

Infine, riguardo al Progetto di Trecchina, ti pare che questo territorio abbia una cultura di arrampicatori, alpinisti o free climber che giustifichi altre ferrate? Pensi che tutto il territorio regionale sia “vocato” alle ferrate e solo ad esse(?)?
Tanto per fare un esempio, a chiusura di questa piccola precisazione, mi chiedo e ti chiedo: cosa si aspetta a intervenire per rimettere in sesto l’impianto di risalita di Monte Sirino? È una vera e propria tristezza, coglie un senso di abbandono, lo scendere dal Monte Papa in direzione del Rifugio Italia e vedere questi piloni accartocciati su sé stessi, strutture abbandonate in balia delle intemperie, la viabilità di accesso a dir poco da … terzo mondo.
Escursionisti francesi in visita a Castelmezzano. (foto Pisarra)
Non parliamo poi dello stato di salute dei Parchi e delle Riserve, ridotti a vivacchiare con “quattro soldi” di trasferimento dallo Stato: con un macroattrattore in meno potremmo avere un parco più efficiente, una manutenzione del territorio più efficace e – probabilmente – qualche dissesto idrogeologico in meno.  

Penso alla recente frana che ha bloccato anche chi voglia percorrere a piedi la spettacolare antica strada di collegamento tra Castelmezzano e Pietrapertosa che attraversa la gola del torrente Caperrino; o alla “minaccia” incombente sul Pollino del taglio del bosco di Palombaro su Serra del Prete; basterebbe poco (meno del costo del più “piccolo” macroattrattore) per comprare questa fantastica faggeta e scongiurare il taglio di migliaia di piante che cambierebbero il paesaggio (viviamo anche di questo) di una delle cime più belle del Parco.
Sono molto preoccupato della deriva della Regione Basilicata: con una politica più attenta al territorio e alla spesa pubblica, potrebbe diventare davvero la “Svizzera” italiana, o meglio, potrebbe concorrere a essere semplicemente una splendida regione ricca di montagne, parchi, paesini ricchi di storia, tradizioni, cultura che valorizzati e correttamente promossi avrebbero davvero una ricaduta economica positiva sul territorio.
Basta poco, molto meno di tanti macroattrattori inutili e ingombranti e che rischiano di essere anche inquinanti.
Sì, non ho cambiato idea a proposito della reale concorrenza di queste strutture allo sviluppo socio-economico della regione.
Scusami.
Un cordiale saluto

Emanuele     

mercoledì 17 maggio 2017

Slittovie, pendolo gigante, ponti tibetani: ecco un nuovo macroattrattore turistico in Basilicata!

Qualche giorno fa ho ripercorso l’antica mulattiera che collegava Maratea con Trecchina attraverso la Serra delle Bocchette.
Macroattrattore di Trecchina. La slittovia in costruzione
Questo è un percorso che rifaccio almeno tre o quattro volte all’anno per conto di una nota agenzia di trekking e ospitalità diffusa che opera nel Meridione.
Ogni volta però trovo una “modifica” strutturale al tracciato.
La prima volta (fine anni Novanta) la vecchia mulattiera era stata ritracciata con le ruspe al fine di renderla adatta ai cavalli: la Comunità montana del tempo ne voleva fare un’ippovia: sbancamenti, ampi tornanti, curve piacevoli; come se il cavallo necessitasse di molto spazio per …manovrare come fosse un Tir.
Due anni fa, invece, ho riscontrato una nuova bretella che ha sventrato il sentiero lungo la Valle laterale di Ponte Scala in direzione del crinale meridionale di Serra delle Crocette.
Macroattrattore di Trecchina. Le slittovia viste dal Santuario
Solite panchine al sole, solita staccionata (inutile) di protezione nel punto panoramico sulla Valle del Noce, in parte già marcia e malandata, ora caratterizzano questa altra tratta.
Dal crinale di Serra della Bocchette la stradina sterrata scollina e prosegue in direzione del Santuario di Madonna del Soccorso, ma il bel sentiero di mezzacosta era stato allargato in modo da poter essere percorso agevolmente in auto.
Stento a credere nell’effettiva necessità di un tale allargamento, anche perché la natura fa il suo corso e, in mancanza di manutenzione, il tratto iniziale della stradina[1], in contrada Brefaro di Maratea, era stato completamente eroso dalla pioggia cosicché vi si erano formate buche tali da rendere inaccessibile il percorso anche a un fuoristrada.
Il primo tracciato dell'ippovia Maratea-Trecchina, aperto a colpi
di ruspate. A distanza di oltre vent'anni ancora sono evidenti
i segni della benna.   
Quest’anno, invece, appena valicato la Serra delle Bocchette, è apparso qualcosa di davvero sorprendente che ha lasciato di sasso me e l’intero gruppo di escursionisti stranieri che accompagnavo. La visita al Santuario ci ha distratti, ma al ritorno, imboccando il sentierino antico che taglia il versante per innestarsi nella vecchia stradina di pellegrinaggio, l’occhio è stato attratto da una serie di plinti in cemento armato messi in fila indiana a formare un arco di circonferenza, altri muri in corso d’opera e tanto ferro posto a gabbia come se dovesse reggere una struttura imponente.
Il vecchio sentiero "allargato" a colpi di benna. 
Gli amici francesi sono rimasti di stucco non comprendendo come in un paradiso del genere si possano autorizzare simili sventrature, colate di cemento e installazioni di tubi in acciaio a forma di toboga. La mia domanda era: cosa, questa volta, la regione Basilicata si è inventata in cima a questa montagna, nei pressi di uno dei più antichi santuari mariani del comprensorio della Valle del Noce? Il rientro verso l’abitato di Trecchina si è svolto in rigoroso silenzio. Come se tutti avessimo una gran rabbia dentro… e non sapendo con chi prendercela rimuginavamo sulla stupidità umana e su come combatterla, pensando anche a come sia una battaglia persa in partenza.
All’arrivo in piazza a Trecchina vicino al nostro solito bar, dove ci fermiamo abitualmente per il gelato di castagna, ho notato un signore distinto, un po’ triste, silenzioso.
Ho pensato a qualche problema importante, e la mia curiosità mi ha spinto ad avvicinarlo per sapere cosa fosse accaduto. Ho appreso così che nei locali a fianco del bar, vi era un seggio delle primarie del Partito Democratico e il suo candidato aveva preso solo il suo voto e forse quello dei suoi familiari.
Macroattrattore di Trecchina. I plinti 
Una volta rotto il ghiaccio parlando di ciò, ho approfittato per chiedere cosa stessero costruendo nei pressi del Santuario di Madonna del Soccorso e mi ha spiegato  che si tratta di un altro macro attrattore che la Regione Basilicata ha voluto che si realizzasse proprio a Trecchina dove, visto il gran numero di visitatori che d’estate ruota nella vicina Maratea, potrebbe essere un ottimo affare per la comunità locale.
A parte che non è con questi strumenti che si migliora la qualità dell’offerta turistica di una regione, per noi camminatori non è esattamente una così massiccia colata di cemento quello che vorremmo trovare giungendo in una località amena, dopo qualche ora di camminata in forte salita tra le pietraie di Serra delle Bocchette e nel silenzio del Vallone dei Pali[2].
Trecchina. Ecco come si presentava qualche anno fa l'area intorno
al santuario di Madonna del Soccorso
Purtroppo, leggendo le cronache giornalistiche (perfino La Repubblica) in Basilicata brulicano iniziative di questo tenore: il 6 aprile scorso è stato inaugurato, a Sasso di Castalda, un piccolo comune del Parco della Val d’Agri di poco più di ottocento abitanti, un ponte a fune spacciandolo come una bella passeggiata mozzafiato, lungo 300 metri e alto 120 metri.
Ferme restando le condivisibili nobili intenzioni di dedicarlo a Rocco Petrone, l’ingegnere che fece parte dello staff della Nasa responsabile della missione “Apollo 11” (quella che, nel 1969, portò l’uomo sulla Luna), mi chiedo se questo è lo sviluppo turistico al quale si aspira: camminare su un ponte a 120 m di altezza, imbragati, assistiti da personale qualificato (come recita la brochure di presentazione) per vivere una “meravigliosa avventura”.
Proporrei, allora, di attrezzare in modo simile anche il Viadotto Italia di Laino Borgo, perché in fatto di altezza siamo ad oltre 275 metri sulle splendide Gole del Fiume Lao, magari con il sottofondo di una colonna di Tir che passano a pochi centimetri: chissà che brividi si proverebbero!
Sasso di Castalda. La locandina di "lancio" del Ponte alla Luna
Il “Ponte alla Luna”, così si chiama il macro attrattore di Sasso di Castalda, è stato partorito e realizzato da qualche brillante funzionario dell’APT della Basilicata, evidentemente perché certe prerogative non devono essere solo ad appannaggio del Trentino Alto Adige.
A questo punto non resta che realizzare anche il Camminamento aereo sul Pollino. Pare che sia l’unico territorio ancora non “macroattrattorizzato” della Regione Basilicata: sarebbe un vero e proprio gioiello copiato da una struttura molto simile costruita qualche anno fa in Turchia.
Come dire che a copiare siamo tutti bravi. A pensare con creatività, un po’ meno.



Note 


[1] Apprendo dalla Relazione generale che ci sarà un secondo finanziamento di riqualificazione “consistente in opere complementari ai precedenti lavori ed in particolare: di alcuni percorsi storici, naturalistici, culturali e sportivi partendo dagli antichi centri abitati di Trecchina e Maratea. (…) gli interventi di completamento oggetto dei lavori sono:
o    trasformazione area Brefaro in area maneggio/galoppatoio di Maratea (per la seconda volta. NdR);
o    manutenzione/sistemazione area maneggio/galoppatoio di Trecchina;
o    manutenzione e sistemazione percorso equestre tratto Maratea-Trecchina (per la seconda volta. NdR)
o    manutenzione e sistemazione percorsi naturalistici Maratea-Trecchina;
o    manutenzione e sistemazione percorsi pellegrinaggio Maratea-Trecchina
[2] Consultando in seguito il sito del Comune di Trecchina, ho trovato la Relazione accompagnatoria al progetto. Si tratta di un progetto per la realizzazione di un “PARCO TEMATICO” nel territorio del comune di Trecchina. Il progetto è di realizzare impianti per attività sportive e ricreative per il tempo libero ma anche didattiche, con annessi servizi di ristorazione su una superficie complessiva di sei ettari e comprende:
·        OSSERVATORIO PLANETARIO DIGITALE
·        FABBRICATO PER ATTIVITÀ PRODUTTIVE E DEGUSTAZIONE
·        SLITTOVIA (ALPINE COASTER) CON DEPOSITO E RISALITA
·        BIGLIETTERIA INGRESSO
·        PENDOLO GIGANTE (SKY SWING) CON DEPOSITO
·        CABINA ELETTRICA
Per un costo totale di due milioni e mezzo di euro.






martedì 16 maggio 2017

Riflessioni sulle modifiche alla Legge quadro sulle Aree protette. (Prima parte)

Leggendo e rileggendo i resoconti parlamentari sul dibattito in seno alle modifiche e agli aggiornamenti da apportare alla Legge sulle aree protette, risalente al 1991, sono arrivato alla conclusione che il legislatore ha voluto completamente stravolgere le finalità di una norma. Essa andava sì rivista e adeguata ai giorni nostri e alle nuove esigenze di una civiltà che è in continuo movimento, tuttavia,
Parco nazionale dell'Appennino lucano. Bosco misto
cambiare 29 articoli non significa modificare una vecchia norma, bensì riscriverla completamente.

Leggo dalla nota introduttiva e riporto
L’articolo 1 interviene sulla classificazione delle aree naturali protette e disciplina la definizione di parchi nazionali con estensione a mare.
L’articolo 2 consente di destinare il gettito del contributo di sbarco per finanziare interventi per la tutela dell’ambiente in taluni comuni.
L'articolo 3 prevede il coinvolgimento del Ministero della difesa nella procedura per l'istituzione delle aree protette in cui siano ricompresi siti militari.
Gli articoli 4 e 5 contengono numerose modifiche che riguardano rispettivamente la disciplina dell’ente parco e quella del regolamento e del piano del parco.
Gli articoli 6 e 7 intervengono rispettivamente sulla disciplina relativa alla procedura di rilascio del nulla osta dell’Ente parco e su quella riguardante gli indennizzi.
L’articolo 8 detta un’articolata disciplina finalizzata a integrare le norme che regolano le entrate dell’Ente parco.
L’articolo 9 introduce nuove disposizioni per la gestione della fauna selvatica nelle aree protette.
Gli articoli 10, 11 e 12 modificano rispettivamente la disciplina per l’istituzione, la gestione e la programmazione delle aree protette marine.
L’articolo 13 riguarda la vigilanza sui gestori di aree protette di rilievo internazionale e nazionale.
Gli articoli 14 e 15 intervengono sulla disciplina riguardante le aree naturali protette regionali, confermando il divieto di attività venatoria, e l’organizzazione amministrativa.
L'articolo 16 attribuisce al direttore dell'organismo di gestione dell'area naturale protetta i poteri, attualmente esercitati dal rappresentante legale del medesimo organismo.
L'articolo 17 modifica il quadro sanzionatorio delle violazioni della legge quadro.
L'articolo 18 prevede l’istituzione del Comitato nazionale per le aree protette.
L’articolo 19 istituisce i Parchi nazionali del Matese e di Portofino.
L'articolo 20 precisa che per il Parco nazionale dello Stelvio si provvede in conformità a quanto prevede l’intesa dell’11 febbraio 2015 sull’attribuzione di funzioni statali e relativi oneri finanziari del Parco nazionale dello Stelvio.
Le modifiche di cui all'articolo 21 sono volte a prevedere che l’istituzione di parchi e riserve marine nelle aree marine di reperimento debba avvenire sulla base delle indicazioni del programma triennale per le aree protette marine, nonché a ridenominare le aree marine di reperimento di Capo d’Otranto e di Capo Spartivento.
L’articolo 22 modifica una serie di articoli della legge quadro, allo scopo di sostituire i riferimenti a disposizioni abrogate ovvero a operare interventi di coordinamento tra le innovazioni introdotte dal provvedimento in esame e le norme vigenti.
L’articolo 23 prevede il trasferimento delle sedi legale e amministrativa del Parco nazionale Gran Paradiso in due distinti comuni del Parco.
L’articolo 24 attribuisce all’ente parco nazionale la competenza a svolgere funzioni autorizzatorie in materia di paesaggio per gli interventi da realizzare nei parchi nazionali.
L’articolo 25 attribuisce nuove funzioni al Comitato paritetico per la biodiversità, concernenti il coordinamento e la promozione di azioni integrate per le aree protette.
L’articolo 26 modifica la disciplina riguardante l’individuazione delle associazioni di protezione ambientale a carattere nazionale.
L’articolo 27 delega il Governo ad adottare un decreto legislativo per l’istituzione di un unico Parco del Delta del Po.
L'articolo 28 disciplina la delega al Governo per l'introduzione di un sistema volontario di remunerazione dei servizi ecosistemici.
L’articolo 29, infine, reca la clausola di salvaguardia concernente l’applicazione della legge alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano.

Parco nazionale Appennino lucano . Viggiano.
Albergo del Pastore (foto Pisarra)
La nota introduttiva al documento, fotografa la situazione attuale delle aree protette, a seguito dell’ultima relazione del ministro dell’ambiente sullo stato di concretizzazione delle norme contenute nella Legge Quadro 394/91.
A parte i dati sulla superficie protetta (10.50% del territorio nazionale, pari a circa di 3.163.590,71 ettari a terra, 2.853.033,93 ettari a mare e 658,02 chilometri di coste) ricadente in 871 aree protette secondo un vecchio Elenco ufficiale risalente al 2009 e in fase di aggiornamento, la relazione non entra nel merito dell’attuazione delle vecchie norme e non argomenta sulla necessità così impellente di “metter mano” in forma così radicale, tanto che, a mio parere, è stata completamente riscritta, al punto che oso dire che siamo di fronte a un nuovo dettato, che non ha nulla a che fare con il testo originale. Inoltre non è vero che la legge quadro non è stata mai adeguata: ha subito “adattamenti” nel 1997, nel 2000, 2003 e 2007. Modifiche e adattamenti, che di volta in volta, hanno stravolto lo spirito e la volontà dei primi firmatari. 

Un altro pasticcio è l’adeguamento della legge quadro con le norme previste dalle varie direttive europee che il nostro ordinamento deve recepire al fine della tutela della biodiversità europea attraverso la conservazione degli habitat naturali e delle specie animali e vegetali di interesse europeo.

Come dire che ci sono ambienti, animali e specie vegetali di interesse europeo e altri di interesse nazionale.
Una vera e propria follia, in quanto queste aree facenti parte della RETE europea NATURA 2000, nella quasi totalità (si parla del 79%) ricadono nel nostro sistema di aree protette nazionali.
Come spesso accade, la Direttiva europea “HABITAT” e poi quella “UCCELLI” complicano ulteriormente la già difficile situazione italiana, AGGIUNGENDO nuove classificazioni, quali:
1.   SIC (Siti di importanza Comunitaria, che a breve diventeranno ZSC, Zone Speciale di Conservazione)
2.   ZSC (Zone Speciale di Conservazione).
È ovvio che tutto questo non giova alle finalità di Conservazione che la Norma si pone (poneva) come obiettivo principe; piuttosto rende ancora più difficile la sua attuazione in quanto non è ben precisa la linea di comando e gli obiettivi di interesse da perseguire, i quali devono rimanere in mano allo Stato centrale e non alle comunità locali.

Parco nazionale Appennino lucano. Escursionisti in salita verso
il Santuario della Madonna di Viggiano (foto Pisarra)
Analizziamo uno per uno le modifiche, senza entrare nel merito di tecnicismi fatto di commi, lettere e quant’altro.
All’articolo 1 si aggiunge alla definizione di cosa sono i Parchi nazionali, naturali e regionali, le riserve naturali anche le RISERVE MARINE. Le quali a loro volta sono costituite: da ambienti marini, dalle acque, dai fondali e dai tratti di costa prospicienti ricadenti nel demanio marittimo, che presentano un rilevante interesse per le caratteristiche naturali, geomorfologiche, fisiche, biochimiche, con particolare riguardo alla flora e alla fauna marine e costiere.
Non bastando tutto ciò, le Riserve marine sono anche definite in base al Protocollo di Ginevra e in funzione della Strategia nazionale per la biodiversità.

Ricordo che il Protocollo di Ginevra, risale al 1985 e prevede norme di salvaguardia per i luoghi che presentino valore biologico ed ecologico e diversità genetica delle specie, oltre a livelli accettabili di popolazione.
La Strategia nazionale della biodiversità, rappresenta uno strumento per l’attuazione della Convenzione sulla Diversità Biologica (adottata il 5 giugno del 1992), al Summit mondiale di Rio de Janeiro delle Nazioni Unite.

Un altro comma a questo articolo aggiunge le aree protette transfrontaliere, ossia quei parchi di confine che coincidono con altre superfici simili di stati vicini: penso allo Stelvio o al Gran Paradiso.
Ho seri dubbi che i francesi del Mercantour o gli svizzeri dell’Engandina vogliano avere a che fare con noi, visto lo stato a “spezzatino” di come è ridotto lo Stelvio o le varie iniziative di “valorizzazione” che interessano il Gran Paradiso, soprattutto nel settore valdostano.  

Altro comma “interessante” a questo articolo riguarda i Parchi nazionali che hanno estensioni a mare (credo che si riferisca al Cilento, ma non solo), a seguito di istruttoria da parte dell’ISPRA, consideri queste superfici come aree contigue, ma soggette alle disposizioni relative alle aree protette marine.

Viggiano. Il Santuario della Madonna di Viggiano(foto Pisarra)
Non è più semplice considerarle aree protette marine ed evitare questo pasticciaccio di competenze?
Altri commi sempre dell’articolo uno riguardano l’integrazione delle aree della Rete Natura 2000 con i le aree protette “nostre” con la novità che la parte di superficie non compresa nell’attuale perimetro di un’area protetta sia di competenza dell’Ente parco gestore corrispondente.

Altro comma: l’istituzione di un nuovo parco assorbe tutte le aree protette, nazionali, regionali o locali che sono comprese nel suo territorio.
Purtroppo questo comma non è retroattivo, per cui la questione delle varie riserve naturali orientate che ricadono – per esempio – entro il perimetro del Parco nazionale del Pollino continuano ad essere gestite dai rispettivi enti.

In questo articolo uno è regolato anche il compito e il ruolo dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

Il Comma 2 a questo primo articolo ribadisce che tutto questo ambaradan deve essere realizzato senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.   

L’articolo due invece contiene una curiosa novità: i comuni isolani dove sono presenti aree protette devono destinare la tassa di sbarco:
·       alla tutela ambientale;
·       alla conservazione della biodiversità;
·       al ripristino o al restauro di ecosistemi naturali e del patrimonio archeologico e culturale;
·       alla promozione del turismo sostenibile del territorio;
·       ad attività di educazione ambientale.

A questo proposito mi viene in mente un’altra idea geniale, lanciata a suo tempo dell’allora Ministro dei Beni culturali Veltroni, il quale proponeva di restaurare alcuni monumenti di pregio con i proventi dal gioco del lotto (!!!).

L’articolo tre invece “norma” i rapporti con il Ministero della Difesa a proposito di istituzioni di parchi dove siano ricompresi siti militari.

Anche qui un piccolo “inghippo”. L’articolo prevede che si proceda all’istituzione del Parco sentito il ministero della difesa che si esprime entro sessanta giorni dal ricevimento della richiesta. Tuttavia l’articolo non prevede il “silenzio-assenso”.  

Rimane invariata la norma che prevede l’istituzione del Parco nazionale con decreto del Presidente della Repubblica, mentre per le riserve basta il decreto del Ministro dell’ambiente, sempre dopo aver sentito la regione.

Parco nazionale dell'Appennino lucano.
Una piattaforma petrolifera immersa tra i boschi  (foto Pisarra)

Invece l’articolo 4 interviene sull’organizzazione dell’Ente Parco.
Rimane invariata l’ubicazione della sede, la vigilanza a cura del ministero dell’ambiente e i vari organi elettivi, ad esclusione della Giunta esecutiva.
La durata dell’incarico è pari a cinque anni e può essere confermata una sola volta.
Novità sostanziali riguardano la carica del presidente e del direttore.
Il primo, è nominato con decreto del ministro dell’ambiente, d’intesa con i presidenti delle regioni, nell’ambito di una terna proposta al ministro e composta da “soggetti di comprovata esperienza nelle istituzioni, nelle professioni, ovvero di indirizzo o di gestione in strutture pubbliche o private”. Se entro quindici giorni le regioni non avanzano dubbi si procede alla nomina. Se non si raggiunge una intesa in questo lasso di tempo il ministro procede di autorità previo il parere delle commissioni parlamentari competenti entro trenta giorni.

In questo articolo si è fatto un passo avanti e uno indietro. Cominciando dal passo indietro: il comma non prevede nessuna esperienza e titoli in materia ambientale del candidato a presidente; nel secondo caso (un passo avanti) sono determinati per leggi i tempi di nomina del nuovo incaricato.
Altro passo avanti è contenuto nella legge che prevede durante la vacatio della nomina del presidente e del consiglio direttivo proroga delle cariche del Presidente e dei componenti del Consiglio direttivo.

Parco nazionale dell'Appennino lucano. La Laura (foto Pisarra)
Anche in questo articolo lo Stato centrale abdica in favore delle province e delle regioni a statuto speciale che ancora una volta regolamentano con proprie norme la materia.

Altri commi (7-8) equiparano i compiti e le mansioni del Presidente dell'Ente Parco e dei componenti del Consiglio Direttivo ai presidenti delle città metropolitane, sindaci, presidenti delle province con popolazione superiore ai 30.000 abitanti.
In uno di questi commi si parla dello stipendio omni comprensivo che verrà stabilito dal ministro dell’ambiente in accordo con il Ministro dell’economia; l’onere è a carico del bilancio del parco.

venerdì 12 maggio 2017

Le nuove norme sui Parchi

Con questa strana modifica hanno consegnato il formaggio in custodia ai topi.

 Mentre leggo i rendiconti parlamentari della Commissione Ambiente a proposito delle modifiche apportate alla legge quadro sulle aree protette, mi è venuta in mente questa frase pronunziata qualche anno fa da Franco Tassi, già direttore soprintendente del Parco nazionale d’Abruzzo.
Ormai siamo alla resa dei conti tra coloro che si sono battuti per la conservazione dell’immenso patrimonio naturale che abbiamo ereditato dai nostri saggi montanari con quelli che in nome di un non tanto chiaro sviluppo sono pronti per la valorizzazione.
Il nuovo logo del Ministero dell'Ambiente 
Non importa se la cosiddetta “valorizzazione” sia sinonimo di strade, aree picnic, campeggi e villaggi turistici.
Infatti, le nuove norme licenziate dalla Commissione Ambiente hanno quasi recepito in toto i suggerimenti provenienti dalla proposta Caleo (ex d’Alì) del Senato.
Si è sempre pensato che i Parchi sono “cosa” dello Stato e quindi è quest’ultimo il gestore, colui che detta le regole della governance; invece pare che la riforma licenziata dalla Camera sposta il governo dei parchi a livello locale, coinvolgendo portatori di interessi specifici e “interessati”. Lo è, per esempio, l’introduzione del Componente del Consiglio direttivo in rappresentanza degli agricoltori (e perché no dei pescatori, poi dei boscaioli e via dicendo).
A questo vanno aggiunte le modalità di nomina dei presidenti e dei direttori degli enti: i primi, infatti, continuerebbero a essere di espressione politica, senza competenze specifiche, e potrebbero trovarsi di nomina anche pensionati o chi riceve vitalizi; i secondi, non più iscritti all'Albo dei direttori dei parchi, non avrebbero più l'obbligo di competenze naturalistiche e verrebbero chiamati a essere “espressione del territorio” con incertezze espresse sulla chiarezza del percorso di selezione. 
Preferirei che il Direttore fosse nominato a seguito di un concorso pubblico gestito da una commissione nominata dal Ministero dell’Ambiente, dove il vincitore finale è uno solo così come accade per le altre amministrazioni pubbliche che devono scegliere i loro dirigenti.
Un altro punto a dir poco incomprensibile è lo stravolgimento della legge a favore di un non bene precisato protagonismo locale nella gestione del territorio rispetto alla gestione più distaccata dello Stato.
Purtroppo chi non conosce la storia spesso ripete gli stessi errori fatti in passato.
Questo argomento fu già affrontato una prima volta in Italia nella Commissione presieduta da Benedetto Croce nel 1922. In quella occasione fu deciso che l’ente di gestione avesse addirittura la sede legale fuori dal perimetro del parco.
Ricordo che il Parco d’Abruzzo aveva la sede a Roma, il Gran Paradiso invece aveva sede a Torino e così via.
Guardia Perticara. Murale dedicato a tutti gli attori che hanno
partecipato al film "Cristo si è fermato a Eboli"
(foto di E. Pisarra) 
Nella prima stesura delle legge quadro, nel 1991, le sedi legali e amministrative furono portate all’interno del perimetro dei un area protetta.
Infine, tra le altre tantissime novità apportate (e che non ne sentivamo la mancanza) è la questione delle royalties.
Ossia la possibilità di autofinanziarsi attraverso il pagamento di tasse da parte di imprese locali e non pur di sfruttare un bene o una risorsa presente all’interno di un’area protetta. Penso, per esempio, il parco più vicino a noi, quello dell’Appennino lucano, in Val d’Agri, circondato da tantissimi pozzi di petrolio, che, qualora passasse questa norma, potrebbe pretendere dalle compagnie petrolifere denaro in cambio di autorizzazioni ad estrarre anche all’interno del perimetro del parco. Oppure la costruzione di nuove dighe per la raccolta di acque; o le messa in coltivazione di cave a cielo aperto per l’estrazione di inerti.
Si aprirebbe così un contenzioso che travalica lo spirito di un parco, che ricordiamo sempre è la conservazione del territorio e non la messa in produzione di parti di superfici che meritano, invece, di essere lasciate in pace.
In ultima analisi, anche la legge sui Parchi è frutto del generale decadimento culturale di questi ultimi tempi. L’obiettivo di banalizzare il ruolo delle aree protette, trasformarle in agenzie di sviluppo locale, in enti intermedi di gestione del potere secondo logiche di politica locale: una sorta di controriforma che peggiora lo stato delle aree protette già di per sé non in buona salute.


Nota

Questo articolo esce in contemporane sul periodico "PASSAMONTAGNA" della sezione CAI di Castrovillari