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venerdì 25 novembre 2016

Montanari per forza o per scelta?

Nelle mie peregrinazioni per le montagne italiane incontro sempre meno gente:
non solo escursionisti ma anche i montanari.
Sugli Appennini il problema si mostra da qualche anno; sulle Alpi, invece, ha origini antiche.
Infatti, a partire dagli anni Sessanta, con il miraggio delle fabbriche, del lavoro al riparo dalle intemperie e del reddito sicuro molti montanari sono scesi in pianura.
Ecco, questo problema comincia a essere registrato con tutta la sua forza anche sulle nostre montagne del Pollino.

Approfittando di un mio soggiorno in Lombardia ho partecipato a un convegno dal titolo molto eloquente: “Montanari per forza. Immigrazione straniera nelle montagne italiane: accoglienza ripopolamento, confino”, tenutosi presso l’Università di Milano Bicocca.

La tematica mi aveva colpito, tanto più perché l’incontro era stato organizzato dalla gloriosa associazione DISLIVELLI di Torino che da anni si occupa di montagna e dei problemi connessi allo spopolamento delle terre alte.

Locandinda dell'evento organizzato
da DISLIVELLI all'Università Milano
Bicocca
Avevo letto con interesse lo speciale di febbraio della loro omonima rivista di quest’anno, dal titolo “Montanari per forza” sul tema della presenza di stranieri nelle terre alte.

In questo numero, che consiglio di leggere (scaricabile qui) si parla di buone pratiche di inclusione e casi di difficoltà di convivenza tra montanari per forza e residenti, si affronta il tema delle migrazioni dall'estero come possibile risorsa per il rilancio di zone montane in crisi demografica, socio-economica e culturale.

Al convegno Maurizio Dematteis, ha illustrato l’associazione DISLIVELLI, fondata nel 2009 da un gruppo di ricercatori dell’università di Torino, il loro sito, dove viene pubblicata in pdf e scaricabile da chiunque la rivista già citata oltre a un semestrale di ricerca sulla montagna.
In seguito a numerose sollecitazioni giunte da più parti di servizi sulla montagna, l’associazione DISLIVELLI ha curato alcune interessanti ricerche:

1.   Vivere a km 0 (2009-2011) I nuovi montanari della montagna piemontese.

2.   IRTA (2012) Inventario della ricerca sulle terre alte piemontesi.

3.   NOVALP (2012-2014) I nuovi montanari nell’arco alpino italiano: i dati, le persone, le dinamiche e i processi.

Inoltre sono in corso di studio ed elaborazione:

4.   INTERMONT

5.   I TURISMI SULLE ALPI Come cambiano cultura e offerta turistica in montagna.
Dopo la presentazione dell’associazione DISLIVELLI è seguito l’intervento di Andrea Membretti dell’Università di Pavia, sociologo e curatore della rubrica “montanari per forza” il quale ha cercato di dare una risposta al quesito: I “montanari per forza” possono diventare montanari per scelta?
Dopo più di un secolo le statistiche dicono che le terre alte si stanno ripopolando.
In Italia, dove tra il 2001 e il 2011 quasi la metà dei comuni montani ha registrato una crescita demografica, questo neo-popolamento si deve fino ad oggi principalmente a flussi di migrazione interna. Eppure, a inizio 2014 gli stranieri residenti nei 1.749 comuni italiani, il cui territorio è compreso nella Convenzione delle Alpi, erano quasi 350.000, con un’incidenza lievemente superiore alla media nazionale e proporzioni spesso oltre il 10% nella popolazione in età da lavoro. Oggi molti altri potrebbero prendere la strada della montagna nella situazione di emergenza rifugiati esplosa nel 2015.
Un momento della presentazione di DISLIVELLI

Questi movimenti sono avvenuti a causa di disponibilità di alloggi, costo della vita basso, disponibilità di lavoro, come la pastorizia gestita dagli stranieri o il taglio del bosco: tutto questo può avere effetti positivi, in quanto importiamo professionalità (per esempio, esperti di costruzioni di muri a secco), otteniamo un apporto di risorse economiche e abbiamo cura del territorio.

“Gli immigrati ci sono, continueranno ad esserci e, probabilmente, i flussi non diminuiranno per il prossimo mezzo secolo”. Con questo incipit terribile, forse scontato, ha aperto il suo intervento il sociologo Alessandro Cavalli.
Per certi versi scopre l’acqua calda, quando afferma che gli esseri umani si sono sempre mossi sul pianeta; a volta a breve distanze, a volta a medie e lunghe distanze.
Questo fenomeno non si arresterà se non fra quasi un secolo - secondo i calcoli dei demografi- quando la popolazione africana aumenterà alla pari di quella europea.
Esibizione del coromoro (Ph. di E. Pisarra)
“Se pensiamo che nell’arco di pochi anni la popolazione del pianeta si è più che triplicata – continua Alessandro Cavalli – la gran parte delle migrazioni sono ancora all’interno dello stesso continente. Questi sono i primi segnali di grandi spostamenti, nei prossimi anni, verso altri continenti”.

Infine, coloro che sbarcano sulle nostre coste provengono in prevalenza dai paesi africani con popolazioni tra loro molto diverse.
La politica italiana di accoglienza è quella di:
·       rispettare le regole europee: quindi significa registrarli e che una quota di quanti arrivano da noi è destinata a restarci. Di conseguenza, bisogna pensare a forme di integrazione permanenti nel nostro territorio.
·       Provvedere a una loro distribuzione sul territorio. Per questo ci sono aree dove la presenza di migranti potrebbe essere una vera risorsa.
Ovviamente non si può più ricostruire l’economia agropastorale che per secoli è rimasta pressoché immutata e che era appena sufficiente a mantenere una certa popolazione; tuttavia, l’arrivo e la collocazione di migranti nelle terre alte potrebbe contribuire a tamponare le falle dell’abbandono delle zone montane che degradano l’ambiente montano.
Per esempio, il dissesto idrogeologico richiede braccia di lavoro, recupero di agricoltura montana, creazione di produzioni agricole in grado di fornire mercati vicini.
Fin qui sembrerebbe tutto semplice e facile. Tuttavia, se in generale non siamo ancora pronti mentalmente ad accogliere, tanto più lo sono le popolazioni di montagna che sono anziane e hanno una radicata chiusura verso l’estraneo.
Per questo bisogna educare la popolazione locale all’accoglienza e vincere le resistenze dei migranti ad andare verso le zone alte di montagna…

Invece Andrea Trivero, direttore di PaceFuturo onlus, ha raccontato le buone pratiche avviate in un piccolo paese come Pettinengo, in provincia di Biella.
Coinvolgimento della comunità locale che accoglie, valorizzazione delle risorse locali per ridare dignità all’esperienza lavoro, attività e servizi rivolti anche alla comunità locale. “Per questo abbiamo attivato otto laboratori – racconta Trivero – avviato corsi di cantierato, aperti 20 km di sentieristica, dato lavoro a 30 persone di Pettinengo, movimentato 70.000 euro al mese.
Storicamente, nei momenti di crisi sociale, economica, etico-morale, torna l'interesse per la montagna. Potremmo allora ripensare oggi, nei modi e nelle forme della contemporaneità, a esperienze passate che hanno cambiato il volto delle Alpi e accettare la sfida per l’immediato futuro attraverso la politica, la demografia e la gestione consapevole di territori alpini”, ha auspicato l’antropologo Annibale Salsa.

Fin qui la cronaca striminzita e, volutamente, ridotta dell’incontro all’Università Milano Bicocca.
Le conclusioni.
Logo del gruppo di Cantori COROMORO
In primo luogo, l’approccio di studio e di necessità mette in campo sociologi, antropologi, demografi e quant’altro per far fronte ad un problema gigantesco che non finirà a breve; si studia, si cerca di capire, si trovano le risorse per affrontare le prime emergenze. Comunque, sono tutti convinti che il fenomeno durerà a lungo e quindi necessitano soluzioni a medio e lungo periodo. Questo per quanto riguarda le terre alte sulle Alpi e, in particolare, in Piemonte.
E sugli Appennini?
Mentre ritornavo in treno, pensavo alla nostra situazione, in Calabria e nel mio piccolo paese.
Non conosco a fondo le iniziative intraprese nel mio comune. Vedo molti ragazzi, abbandonati a se stessi, che vagano per la piazzetta, spesso in tenuta da calciatori, si recano al campo sportivo per una partita a pallone. E poi?
Poi tornano a bighellonare per il paese e l’ostello della gioventù dove sono alloggiati in attesa di nuove mete.
La conclusione dell’incontro di Milano è stata affidata alla prestazione del Coro Moro, un gruppo di canto a cappella composto da giovani africani ospitati nelle Valli di Lanzo, in provincia di Torino, che cantano canzoni tradizionali in dialetto piemontese.

Chissà che un giorno non avremo anche noi, nel nostro Pollino, un gruppo folk afro-arberesh che canti le gesta eroiche di Giorgio Castriota Skanderberg….




martedì 22 novembre 2016

Una bella notizia, molte notizie … inutili

       È mai possibile che un Ente Parco finanzi a una società privata la realizzazione di un film che non ha nulla a che fare con la “missione” della sua area protetta?
A quanto pare è possibile.

È accaduto al Parco del Pollino. Infatti, questa estate è stata presentata dalla società  Fabrique entertaiment srl (sponsorizzata dal Vice presidente del parco) la richiesta di 20,000 euro per la realizzazione di un film dal titolo molto eloquente: “Potere lucano” .
Un docufilm che, tra l’altro, ha avuto il contributo del MIBACT e il sostegno della Lucana Film Commission, e che porta, per la regia, la firma di Gigi Roccati.
Dal sito della produzione non si sa nulla sulla trama, sui protagonisti e sullo stato delle riprese.
Uno dei tanti striscioni mostrati in occasione di manifestazioni
con la Centrale del Mercure (Photo dal web)
Il provvedimento economico era stato classificato nelle spese straordinarie e quindi il Consiglio direttivo lo aveva approvato (con il voto contrario di uno dei consiglieri – Laghi – e l’astensione di Volponi, consigliere ISPRA), all’unanimità.
Per fortuna - una volta tanto - il Ministero dell’ambiente, in quanto organo vigilante sulle spese dei parchi, ha chiesto ulteriori delucidazioni sulle motivazioni che avevano portato a tale erogazione finanziaria ad un soggetto privato per la realizzazione di un prodotto commerciale.
In attesa della documentazione la proposta è stata bocciata.

Niente di nuovo sotto i cieli del Pollino ma non solo.
Ormai le modifiche alla legge 394, appena licenziate dal Senato con buona pace di tutti noi, passeranno anche alla Camera.
Come più volte ho scritto, quasi tutti gli enti parco in Italia impegnano i loro già scarni bilanci a sostegno di attività che hanno poco a che fare con lo spirito istitutivo delle aree protette ed è sufficiente leggere gli atti deliberativi di tutti gli Enti parco… per rovinarsi il fegato.
A questa regola non scritta (almeno fino a quando non sarà approvata anche dalla Camera la nuova 394) anche l’Ente Parco del Pollino non si sottrae.
Contributi per migliaia di euro a comuni e associazioni varie camuffati sotto la voce: “Spese per manifestazioni e attività varie di promozione e valorizzazione del parco, contributi ad Enti, Associazioni e Istituzioni ecc. a fondo perduto”.

Sportello online dell'Ente Parco del Pollino
In questo calderone si trovano contributi dati a pioggia a Comuni e Associazioni per le attività tra le più disparate (Settimana dell’arte grafica, XV Palio rionale di Sant’Egidio, Sarmento in fermento–ecofestival, Spettacolo per bambini-concerto natalizio, Sagra della castagna, Presepe vivente, Memorial Papas Matrangolo, Campionato trota torrente, Festival del peperoncino, X edizione befana del poliziotto, La notte dei palazzi bianchi) per un totale di diverse migliaia di euro.
Intendiamoci: non c’è nulla di male a dare un piccolo contributo ai Comuni e alle Associazioni dei tanti paesi che operano quasi sempre al limite della povertà e con sovvenzioni personali.
Una buona parte dei denari del nostro parco è destinata a sostenere le associazioni di volontariato impegnate nella campagna di prevenzione, avvistamento, allarme e spegnimento degli incendi boschivi.

Ma mi chiedo cosa c’entri, per esempio, l’erogazione di un contributo, seppur modesto, per la manifestazione della Befana del poliziotto con la conservazione della natura e la salvaguardia del patrimonio naturalistico. 


Continuando a dare una occhiata in modo molto “random” alle tante delibere dirigenziali, due atti mi hanno colpito in modo particolare: l’incarico a una agenzia di eventi esterni per organizzare il convegno di lancio dei Geoparchi. Oltre ventimila euro dati a una impresa privata nonostante l’Ente abbia personale interno appositamente assunto e addestrato in Grafica e Comunicazione.

Altro capitolo di spesa è la manutenzione dei mezzi del Corpo Forestale dello Stato: meccanica, cambio di pneumatici, costi relativi al carburante, ore di straordinario, missioni e tanto altro, costituiscono una voce importante di spesa in uscita.

Grifoni in voliera in attesa di essere liberati.
(Photo E. Pisarra)
Altra curiosità: acquisto di un certo numero di pecore per il sostentamento dei grifoni in contrada Filatro (?) nel comune di Civita. È proprio il caso di dire che questi animali mangiano come … avvoltoi.

Anche se in questa circostanza la spesa è giustificata da un fine “nobile” come l’introduzione di una nuova specie nell’area parco.

Fermo restando che non sono mai stato d’accordo su questo progetto, alla luce della mia esperienza di accompagnatore di montagna, forse è la sola spesa che dà l’idea di essere in un area protetta, visto che sono gli unici animali a mostrarsi senza timore ai tanti visitatori desiderosi di vedere qualche “bestia feroce” del parco.

A parte queste battute, il “Progetto grifone”, fortemente voluto dal primo vero presidente del Parco, Mauro Tripepi, è stato l’unico forse che aveva coalizzato intorno sé entusiasmo, impegno scientifico e spirito di appartenenza. Oggi, in mancanza di fondi (vedi sopra) il progetto arranca e, senza alcun apporto scientifico esterno, viene portato avanti, con grande spirito e abnegazione, dal personale del settore Conservazione del Parco.

A questo “quadretto” riepilogativo prima dell’entrata in vigore della nuova legge sui parchi vanno aggiunte “due righe” a proposito della telenovela della scelta del nuovo direttore generale.

Aperta la gara allo scadere del mandato del vecchio direttore Formica (settembre 2014) alla data odierna ancora non è stato nominato il sostituto.
All’ultimo Consiglio direttivo di qualche giorno fa, il Presidente del parco, su sollecitazione dell’organo vigilante, ha comunicato di aver inviato al Ministero la terna di nomi scelti tra gli undici candidati che hanno presentato domanda.
Forse il nuovo anno ci porterà anche un nuovo direttore generale, con la certezza che sarà tra uno di quelli segnalati in uno dei miei post precedenti. [Il fuoco estivo e nuovi assetti ]

Un immagine del camino della Centrale del Mercure
(foto dal web)
Sullo sfondo di tutto si aggira la “madre” di tutte le questioni: la Centrale del Mercure.
Nella seduta lunghissima dell’ultimo Consiglio direttivo di qualche giorno fa, era prevista la discussione sullo schema di convenzione tra l’Ente Parco e l’Enel riguardo le misure di compensazione in seguito all’autorizzazione di avviamento della centrale da parte delle autorità del Parco.

L'Enel si è presentata con grande dispiegamento di forze (quattro ingegneri, un avvocato, un addetto alle Pubbliche Relazioni, un funzionario, molti operai e … una presentazione in PowerPoint) e si è vista presentare “novantanove domande da parte del consigliere Laghi.

Laghi si preoccupa – per esempio - dei danni procurati da 56 TIR al giorno (112 tra andata e ritorno) che transitano nel cuore del Parco, con un impatto inevitabilmente devastante sul delicatissimo equilibrio dell’intero ecosistema (gas di scarico, rumorosità, ecc.) oltre che sulla viabilità in generale…

Sembra che fino ad oggi non ci sono state risposte da parte di ENEL ai quesiti di Laghi…

Ma questa è un’altra storia!




mercoledì 16 novembre 2016

Il Senato licenzia le modifiche alla legge quadro sui parchi

Nell’ottica ormai quasi ventennale di attivarsi per fa sì che le aree protette in Italia siano … meno protette anche questa ultima modifica alla legge quadro si avvia verso tale direzione.
Piccoli tasselli, un comma aggiunto “per caso”, un aggettivo sostituito all’ultimo minuto, una parola messa nell’articolato complesso e unico fanno sì le tante battaglie fatte per giungere all’istituzione dei Parchi e riserve in Italia con lo spirito principe della Conservazione in primo luogo, anche in questa battuta subisce un piccolo ritocco.
Nevaio sul Pollino. (foto da internet)
Se da una parte la legge ha di fatto dato vita a molti parchi nazionali (ne avevamo cinque prima della entrata in vigore delle norme contenute nella 394, oggi ne abbiamo ventiquattro, considerando anche l’ultimo parco nato qualche giorno fa), dall’altra la vecchia legge ha garantito percorsi chiari (forse con tempi lunghi) nella nomina della Governance di un Ente Parco.
Oggi con la scusa di accelerare i tempi, per esempio, si nomina il Direttore direttamente.

«11. Il direttore del parco è nominato dal Presidente del parco in considerazione delle attitudini, delle competenze e delle capacità professionali possedute, purché attinenti al conferimento dell’incarico. Il Presidente del parco provvede a stipulare con il direttore nominato un apposito contratto di diritto privato per una durata non superiore a cinque anni. Alla cessazione dalla carica del Presidente che lo ha nominato il direttore può essere revocato dall’incarico entro novanta giorni, decorsi i quali si intende confermato sino alla naturale scadenza del contratto»;

I Piani del Parco che oggi devono essere approvati dalle Regioni hanno tempi di attesa lunghissimi (per esempio, il Piano del Parco del Pollino, nonostante l’ente di gestione l’abbia licenziato da diversi anni, non è stato ancora approvato); allora come si risolve questo problema? Con il silenzio-assenso. Infatti, se entro dodici mesi le regioni non si esprimono sui contenuti e muovono eventuali suggerimenti, il Piano si intende approvato, nonostante probabili o possibili (direi voluti) articolati che al momento opportuno vanno ad incidere sugli obiettivi di un area protetta.
Altra novità sta nel fare un unico piano che contiene sia gli indirizzi di tipo socio-economico che quelli paesistici.
Però, d’ora in poi questo non si chiamerà più Piano ma Carta del Parco.
Con un sistema complesso di modifiche e di “rimpalli” tra Comuni, Regioni, Comunità montane (lì dove sono ancora in vigore), la Carta del Parco dopo essere stata approvata dal Consiglio Direttivo ed essere approvata dalla Comunità del Parco (parere vincolante): entro trenta giorni.
Seguono altri quaranta giorni presso gli enti di cui sopra.
Altri quaranta giorni per le osservazioni scritte di qualsiasi cittadino.
Altri trenta giorni per esprimere il parere dell’Ente Parco sulle osservazioni presentate.
Entro quarantacinque giorni, la regione d’intesa con l’Ente Parco.
Per un totale di 185 giorni, ossia sei mesi.     
Qualora trascorsi questi mesi e non si è fatto nulla, sarà il Ministero dell’Ambiente che interverrà. In che modo la norma non lo dice.
Un’altra questione che lascia parecchie perplessità è l’istituzione di una specie di tassa che gli interessati pagheranno all’Ente Parco qualora decidano di sfruttare le risorse presenti all’interno dell’area protetta.
Si parla di royalties che gli interessati verseranno all’Ente Parco per sfruttare cave, minerali, acque e petrolio. Riguardo quest’ultimo argomento, l’idea è venuta a Domenico Totaro, presidente del Parco dell’Appennino lucano, che ha più volte parlato di “criterio di ristoro ambientale” come rimborso per i danni causati dallo sfruttamento delle risorse ricadenti dentro un parco nazionale.

1-ter. I titolari di autorizzazioni all’esercizio di attività estrattive, già esistenti alla data di entrata in vigore della presente disposizione, nelle aree contigue di cui al comma 2-bis dell’articolo 12 sono tenuti a versare annualmente all’ente gestore dell’area protetta, in un’unica soluzione e a titolo di contributo spese per il recupero ambientale e della naturalità, una somma pari ad un terzo del canone di concessione.

1-quinquies. I titolari di concessioni di coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, già esistenti alla data di entrata in vigore della presente disposizione nel territorio dell’area protetta e nelle aree contigue di cui al comma 2-bis dell’articolo 12, sono tenuti a versare annualmente all’ente gestore dell’area protetta, in un’unica soluzione e a ti-tolo di contributo alle spese per il recupero ambientale e della naturalità, una somma pari, in sede di prima applicazione, all’1 per cento del valore di vendita delle quantità prodotte. L’ammontare definitivo di detto contributo e le modalità di versamento all’ente gestore dell’area protetta sono determinati con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione.

Infine, entra dalla finestra, quella che è stata cancellata nella prima stesura della 394: la questione caccia.

Infatti, l’ente parco si occuperà delle aree contigue dove si possono esercitare la caccia, pesca e le attività estrattive che verranno regolamentate dall’Ente Parco.
Per questo il Parco e i suoi organi dirigenziali sono paragonati alla pari di altri enti in fatto di elargizione di contributi per i fini più disparati anche estranei agli obiettivi di conservazione della natura: l’Ente parco finanzierà impianti di depurazioni, di risparmio energetico servizi ed impianti di carattere turisticonaturalistico da gestire in proprio o da concedere in gestione a terzi sulla base di atti di concessione alla stregua di specifiche convenzioni; l’agevolazione o la promozione, anche in forma cooperativa, di attività tradizionali artigianali, agro-silvo-pastorali, culturali, di servizi sociali e biblioteche, di restauro, anche di beni naturali, e di ogni altra iniziativa atta a favorire, nel rispetto delle esigenze di conservazione del parco, lo sviluppo del turismo e delle attività locali connesse. Una quota parte di tali attività deve consistere in interventi diretti a favorire l’occupazione giovanile ed il volontariato, nonché l’accessibilità e la fruizione, in particolare per i soggetti diversamente abili».

Il Bosco del Pollinello in veste autunnale. 
Neanche una parola per quanto riguarda la vigilanza nelle aree protette.
L’attività di sorveglianza che fino ad oggi è stata condotta dal Corpo forestale dello Stato, a partire dal prossimo anno non si sa a chi verrà affidata, visto che il CFS è stato accorpato ad altri corpi di polizia.
Altra questione importante è la composizione del Consiglio Direttivo di un area protetta.
Eliminate, da un decreto del governo Monti, le figure dei docenti universitari in rappresentanza degli atenei ricadenti nel territorio del Parco, sono state inserite rappresentanze di organizzazioni agricole e rafforzata la presenza dei sindaci.
Ridotta la presenza dei rappresentanti delle associazioni ambientali.
Come dire che sono stati messi da parte gli interessi generali per favorire quelli locali e localistici.
Mentre i componenti del Consiglio direttivo possono essere confermati una sola volta, il presidente non ha vincolo di mandato.
Un’altra novità sta nell’inserimento della FEDERPARCHI – l’associazione che raggruppa tutte le aree protette – come rappresentante istituzionale degli enti di gestione dei parchi.
Questa, estrema sintesi, sono alcune delle tantissime modifiche inserite nella norma appena licenziata dal Senato.
Centoventiquattro pagine piene di commi, rettifiche, adeguamenti, nuove definizioni e competenze che sicuramente lasceranno un segno indelebile nella governance delle aree protette italiane.
Speriamo bene!

Ma veniamo alle reazioni.
Ovviamente, tutti i presidenti in carica si sono affrettati ad osannare il nuovo articolato appena licenziato dal Senato.
Così il presidente Domenico Totaro del Parco nazionale Appennino lucano
“La legge che reca nuove disposizioni in materia di aree protette era attesa da tempo e finalmente, dopo l’approvazione del Senato, si appresta ad essere varata definitivamente con il passaggio alla Camera. Naturalmente può sempre essere migliorata ma oggi non possiamo non esprimere moderata soddisfazione per i suoi contenuti.”

Fa eco la dichiarazione congiunta dei presidenti del Parco d’Aspromonte Bombino e del Pollino, Pappaterra.

Essi affermano che:
“Le modifiche della Legge Quadro 394/91 sulle aree protette, approvate a larga maggioranza in Senato, migliorano l’efficienza gestionale dei Parchi e assicurano una più ottimale tutela dei valori naturalistici dei territori protetti in Italia. Tra le importanti integrazioni al testo è da segnalare l’inserimento, in seno ai consigli direttivi dei Parchi e in aggiunta ai rappresentanti del mondo scientifico e delle associazioni ambientaliste, degli esponenti del mondo agricolo; elemento, questo ultimo, che qualifica il rapporto tra l’Istituzione e le espressioni più prossime al territorio e contribuisce, inoltre, a 
Il presidente del Parco del Pollino Mimmo Pappaterra
intervistato da Roberto Fittipaldi
coniugare alle scelte in materia di gestione del patrimonio naturale le istanze degli operatori del settore. Le modifiche approvate rappresentano una pagina nuova nella capacità di fare sistema e di elevare la dignità descrittiva dei territori protetti, nel convincimento che esaltino e sostengano le loro peculiarità. Siamo certi che sul cammino intrapreso confluiranno anche quanti, in questo momento, avversano il portato normativo approvato da uno dei due rami del Parlamento.”

A scanso di equivoci, però, è meglio che la Commissione Ambiente della Camera dia un’altra occhiata alle norme licenziate dal Senato. Non si sa mai!

Ed ecco l’auspicio di Pappaterra e Bombino, quest’ultimo in qualità anche di presidente calabrese della Federparchi.
 A tale scopo fondamentale sarà il contributo della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, che, in seconda lettura del ddl, potrà individuare eventuali possibili punti di convergenza, che valorizzeranno la pluralità di sensibilità, fornendo un valore aggiunto all’impianto che, di per sé, racchiude già elementi di grande rilevanza e novità”.

WWF

Gli unici che cantano fuori dal coro sono solo le associazioni ambientaliste; in primis il WWF parla di mancata accoglienza delle osservazioni e delle proposte di centinaia di esperti e uomini di cultura e quindi chiede che la riforma venga modificata alla Camera.
In sintesi, ecco alcuni punti critici sollevati dal WWF:
1.   Una modifica della governance delle aree protette che peggiora la qualità delle nomine e non razionalizza sufficientemente la composizione del Consiglio direttivo, in cui viene prevista la presenza di portatori di interessi specifici e non generali come deve essere. Non vengono definiti strumenti di partecipazione dei cittadini né la previsione di comitati scientifici;
2.       Una governance delle Aree marine Protette che non prevede alcuna partecipazione delle competenze statali e individua Consorzi di gestione gli uni diversi dagli altri;
3.       L’assenza di competenze specifiche in tema di conservazione della natura di Presidente e Direttore degli Enti Parco;
4.       Un sistema di royalties che, pur legato ad infrastrutture ad alto impatto già esistenti, deve essere modificato per evitare di condizionare e mettere sotto ricatto i futuri pareri che gli enti parco su queste dovranno rilasciare;
5.       Una norma che attraverso la “gestione faunistica”, con la governance prevista, acuirà le pressioni del mondo venatorio;
6.        L’istituzione di un fantomatico Parco del Delta del Po senza che venga definito se si tratti o meno di un parco nazionale, quando peraltro la costituzione di questo, come Parco Nazionale, è già oggi obbligatoria ai sensi dalla legge vigente
7.       Non si vietano le esercitazioni militari nei parchi e nei siti natura 2000;
8.       Non si garantisce il passaggio delle Riserve naturali dello Stato, del personale e delle risorse impegnato, ai parchi.

A questo canto si aggiunge Legambiente e il Centro Parchi Internazionale.

venerdì 4 novembre 2016

Vie ferrate e Dolomiti lucane

Un binomio che ultimamente riscuote sempre più successo di pubblico e consenso.
Qualche giorno fa, come CAI Castrovillari, abbiamo fatto una “uscita” in stile alpino con l’obiettivo di percorrere una delle due vie ferrate recentemente realizzate da una ditta trentina per conto della Regione Basilicata.
La nostra meta sono state le Dolomiti lucane.
Escursionisti del CAI Castrovillari impegnati
sulla ferrata "Marcirosa" nelle "Dolomiti lucane"
(foto di Luigi Perrone)
Un complesso roccioso tra i comuni di Pietrapertosa e Castelmezzano, nella Basilicata centrale, attraversato dal Basento. Un sistema di guglie spettacolari, di varie forme, che evocano animali, demoni e antiche tradizioni che contribuiscono a rendere più affascinanti questi luoghi.
L’arrivo era previsto, per la tarda mattinata, a Pietrapertosa, splendido centro abitato situato oltre i mille metri di quota a cavallo tra la Val Basento e la Val d’Agri.
All’uscita dello svincolo della Basentana per Pietrapertosa si è unito a noi Vincenzo Armentano, un nostro socio, nativo di San Lorenzo Bellizzi e che abita a Potenza.
Superato il ponte sul Basento, abbiamo iniziato a percorrere i numerosi tornanti che portano a Pietrapertosa: mi ha colpito il cartello che avverte come in paese non ci siano distributori di carburante.
Man mano che si sale, il paesaggio si diversifica, aumentano gli spazi e appare il primo dei tanti parchi eolici che avremo avuto modo di vedere durante la giornata.
Enormi pali, alti fino a cento metri, che svettano poco sopra l’abitato di Campomaggiore e, minacciosi, sfidano le forze del vento per produrre energia.
In molti dubitiamo sul reale apporto energetico di questi sistemi, almeno nel meridione d’Italia e ne abbiamo parlato un po’ con i compagni d’escursione… ma questa è un’altra questione.
La stradina si inerpicava sul versante settentrionale di Costa la Rossa nello splendido bosco di Gallipoli-Cognato, tra alberi di cerro, roverella e leccio, poi il bosco si è diradato ed è apparso qualche campo coltivato a non abbiamo capito bene cosa, mentre il centro abitato non si vedeva neanche lontanamente.
Abbiamo deciso di fare una modifica al programma iniziale e di prendere la vecchia stradina chiusa al traffico automobilistico che porta direttamente a Castelmezzano.
È questo un tratto   della strada provinciale che collegava la provinciale per Pietrapertosa con Castelmezzano, chiusa da tempo al traffico a causa di frane e smottamenti. Vistosi cartelli avvertono del divieto di transito che tutti, puntualmente, disattendono… e anche noi lo abbiamo fatto …