Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana


venerdì 17 febbraio 2017

Il clima che cambia


Alla fine di ogni inverno ci si augura che il prossimo sia con tanta neve e tanta pioggia, però nei luoghi “giusti”: in montagna, per esempio.
Invece anche quest’anno il “Generale inverno” – come si diceva una volta – non ha mancato di sorprendere ancora. Poche piogge e nevicate nel Nord Italia, moltissima neve nelle regioni centrali e tanta pioggia, con qualche sparuta nevicata, sulle cime delle regioni meridionali.
Una foto del nostro pianeta ... sciolto nell'acqua! (foto dal web)
Si sono capovolte le situazioni: meno neve e freddo alle latitudini superiori e più nevicate e piogge a carattere torrenziale man mano che ci avviciniamo all’equatore.
È un caso? Una pura coincidenza? Tutto ciò fa parte di un ciclo?
Su questi argomenti le opinioni divergono e molto; infatti, i climatologi seri e liberi (pochi, in verità) affermano che il clima stia cambiando, e in peggio, con la conseguenza che le generazioni future avranno seri problemi in termini di aumento di temperature e di stagioni sempre più calde.
Però nessuno parla di questi fenomeni come conseguenza scellerata dell’uso enorme, e talvolta ingiustificato, di fonti energetiche derivanti dal petrolio.
Tanto più non è il caso di parlarne in questo momento, perché la priorità, da parte dei mezzi di informazione, va data alle popolazioni abruzzesi e alla tragedia dell’albergo di Rigopiano.
Senza voler toglier valore a questa grande tragedia né ad altre notizie che meriteranno priorità nell’aprire le prime pagine dei giornali e dei telegiornali, constato qui come i problemi climatici non trovino mai lo spazio giusto per essere portati alla conoscenza delle popolazioni.

Qualche giorno fa, curiosando tra le pagine del WEB, mi sono imbattuto in un articolo che racconta come un gruppo di ragazzi abbia portato in tribunale gli Stati Uniti d’America sulla questione del Clima con la motivazione che “Non fanno abbastanza per l’ambiente”.
foto dal web
L’iniziativa presa da un tredicenne di Seattle, Gabriel Mandell, ha dato inizio a una vasta campagna di informazione sugli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici.

"Siamo noi quelli che dovranno vivere con gli oceani acidi, la temperatura della terra sempre più calda e i ghiacci che si sciolgono", scrive il ragazzo nella petizione che ha depositato presso il tribunale federale della Pennsylvania contro il governo degli Stati Uniti.
Queste cose succedono solo in America?
A prima vista pare di sì.
Nel resto del mondo, e in Italia in particolare, sulle questioni legate ai cambiamenti climatici non se ne parla proprio.
Perché?
In primo luogo perché si tratta di fenomeni a “lunga scadenza” e quindi non interessano la quotidianità: come se non parlandone, o rimandando la discussione, il problema si risolvesse da sé.
Un’altra motivazione la troviamo nelle ragioni di chi investe miliardi di dollari per affermare che i cambiamenti climatici sono fenomeni naturali che si sono sempre stati nel corso della storia del nostro pianeta.

Però, se questa affermazione proviene da studi sovvenzionati dalle grandi lobby dei combustibili fossili, Exxon-Mobil, Total e ENI, sorge qualche dubbio.
Poi, ogni dubbio scompare dopo aver letto l’articolo di Paolo Mieli[1] pubblicato sul Corriere della Sera in novembre.  
Il pezzo si apre così: “Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura — oggi a Marrakech — della Conferenza sui cambiamenti climatici”.
L’«uragano di irragionevolezza» sarebbe quello scatenato dai «sostenitori della tesi che questo sia un campo delle certezze assolute». Tra questi Mieli annovera alcune star del cinema che «spiccano per spirito militante», tra cui Arnold Schwarzenegger e Leonardo Di Caprio – protagonista di Before The Flood, un documentario sul global warming trasmesso in anteprima il 30 ottobre sul canale del National Geographic.
carta del riscaldamento del pianeta (fonte: IPCC)
Da una parte, sostiene il giornalista, è «ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure anche drastiche» per combattere il riscaldamento globale. Ma, d’altra parte, scrive, è irrazionale dar retta ai sostenitori delle «certezze assolute».
Il neo presidente Trump, ha nominato come Segretario di Stato Rex Tillerson, Amministratore Delegato della Exxon Mobil, la società che aveva stipulato un contratto di 5 miliardi di dollari con la Rosneft, (la compagnia petrolifera di proprietà del governo russo), contratto bloccato per l'embargo voluto da Obama dopo l'invasione della Crimea.

Se questa nomina è un caso…

Il problema del cambiamento climatico non è un “uragano di irragionevolezza” come sostiene lo storico Paolo Mieli.
Le questioni dei cambiamenti climatici non sono né di destra né di sinistra: ci sono semplicemente dati scientifici, fisici e matematici. 

Emanuele Pisarra





PS
Questo articolo esce in formato cartaceo su PASSAMONTAGNA - Periodico del Club Alpino Italiano - sezione di Castrovillari, numero 1/2017





[1] Paolo Mieli, I dati, i dubbi e gli eccessi sul cambiamento climatico, Corriere della Sera, lunedì 7 novembre 2016.

mercoledì 15 febbraio 2017

IL Lupo: dall'Operazione San Francesco all'abbattimento

  In questi giorni è in discussione presso la Conferenza Stato-Regioni la nuova bozza del “Piano per la conservazione e gestione del lupo”.
Dalla precedente bozza, dove qualche pseudo illuminato aveva proposto l’abbattimento selettivo di un certo numero di capi all’anno, alla situazione attuale il problema di fondo è rimasto invariato: dove sono le risorse economiche per aiutare e prevenire i conflitti con gli allevatori e bloccare il bracconaggio?
Tutte le norme, quando non sono accompagnate da sanzioni e fondi, sono inutili e dannose.
Giovane lupo (foto dal web)
Argomento delicatissimo e fondamentale è l’intento di porre alcuni paletti tra le attività produttive e la presenza della fauna selvatica.
Il successo dell’ “Operazione San Francesco”, che ha dato avvio nel 1970 al ripopolamento del lupo in Italia e al suo ritorno in quasi tutto l’Appennino, negli stessi anni in cui si registrava il picco dell’abbandono della montagna da parte dell’uomo, ha segnato anche gli scontri tra gli allevatori e il riproporsi di atti di bracconaggio.
Un Piano, senza risorse economiche per l’attuazione delle diverse misure da esso previste, è destinato a fallire com’era già fallito quello emanato nel 2002. A leggerlo nei dettagli la cosa più eclatante di questo nuovo Piano è al Cap. III.7 relativo alle “Deroghe al divieto di rimozione di lupi dall’ambiente naturale”: una vera e propria assurdità sostenuta dalla direttiva “Habitat” dell’Unione Europea che prevede la possibilità di uccidere un certo numero di lupi in aree a forte conflitto con gli allevatori.
Per fortuna in Italia il nostro Ministero dell’Ambiente non si è mai avvalso di questa Direttiva europea perché in molti sono sicuri che questa specie non sia fuori pericolo, giacché si contano ancora oltre un centinaio di esemplari morti per cause non naturali. Invece del problema del randagismo canino, molto più grave, il nuovo Piano in discussione non ne fa alcun cenno limitandosi ad un generico e, non vincolante, criterio sulla valutazione di dati relativi alla “Presenza di cani randagi e vaganti”.
Per cui, se il Piano non trova fondi per un protocollo operativo tra i vari enti per sostenere azioni innovative tese alla riduzione dei danni e applicare metodiche di accertamento e indennizzo, già sperimentate positivamente nelle aree protette attraverso l’esperienza del progetto comunitario “Life Wolfnet” inevitabilmente apre la strada all’abbattimento.

E a farne le spese, come sempre, sarà solo il lupo.





PS
Questo articolo esce in formato cartaceo su PASSAMONTAGNA - Periodico del Club Alpino Italiano - sezione di Castrovillari, numero 1/2017 


mercoledì 11 gennaio 2017

Sentieri e civiltà di un popolo

Una volta si diceva che la civiltà di un popolo si vede dallo stato della sua viabilità.Parafrasando, possiamo dire che un parco si vede dalla sua sentieristica e dalla relativa segnaletica.

Le nuove tabelle segnavia poste a San Lorenzo Bellizzi (foto dal web)
Per quanto riguarda il Parco del Pollino la questione sentieri, ben lo sappiamo, è stata da tempo messa da parte.
Ogni tanto qualche associazione, gruppo o ente pubblico “si sveglia” e segna un sentiero, per poi abbandonarlo a sé stesso.
Di recente è apparsa una nuova rete sentieristica con relativa segnaletica nel comune di San Lorenzo Bellizzi (nel versante calabro del Parco).
Con astuta furbizia, ma anche con completa ignoranza, i progettisti, traendo in inganno i camminatori, hanno usato la tipologia delle tabelle CAI senza, però, rispettarle nei dettagli.

venerdì 25 novembre 2016

Montanari per forza o per scelta?

Nelle mie peregrinazioni per le montagne italiane incontro sempre meno gente:
non solo escursionisti ma anche i montanari.
Sugli Appennini il problema si mostra da qualche anno; sulle Alpi, invece, ha origini antiche.
Infatti, a partire dagli anni Sessanta, con il miraggio delle fabbriche, del lavoro al riparo dalle intemperie e del reddito sicuro molti montanari sono scesi in pianura.
Ecco, questo problema comincia a essere registrato con tutta la sua forza anche sulle nostre montagne del Pollino.

Approfittando di un mio soggiorno in Lombardia ho partecipato a un convegno dal titolo molto eloquente: “Montanari per forza. Immigrazione straniera nelle montagne italiane: accoglienza ripopolamento, confino”, tenutosi presso l’Università di Milano Bicocca.

La tematica mi aveva colpito, tanto più perché l’incontro era stato organizzato dalla gloriosa associazione DISLIVELLI di Torino che da anni si occupa di montagna e dei problemi connessi allo spopolamento delle terre alte.